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La Divina Commedia di Dante

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The Project Gutenberg eBook of La Divina Commedia di Dante
 
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Title: La Divina Commedia di Dante

Author: Dante Alighieri

 
Release date: August 1, 1997 [eBook #1012]
 Most recently updated: October 29, 2024

Language: Italian

Other information and formats: www.gutenberg.org/ebooks/1012

Credits: Produced by an anonymous Project Gutenberg volunteer. HTML
 version by Al Haines.

*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK LA DIVINA COMMEDIA DI DANTE ***

 LA DIVINA COMMEDIA
 di Dante Alighieri

 INFERNO

 Inferno • Canto I

 Nel mezzo del cammin di nostra vita
 mi ritrovai per una selva oscura,
 ché la diritta via era smarrita.

 Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
 esta selva selvaggia e aspra e forte
 che nel pensier rinova la paura!

 Tant' è amara che poco è più morte;
 ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
 dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

 Io non so ben ridir com' i' v'intrai,
 tant' era pien di sonno a quel punto
 che la verace via abbandonai.

 Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
 là dove terminava quella valle
 che m'avea di paura il cor compunto,

 guardai in alto e vidi le sue spalle
 vestite già de' raggi del pianeta
 che mena dritto altrui per ogne calle.

 Allor fu la paura un poco queta,
 che nel lago del cor m'era durata
 la notte ch'i' passai con tanta pieta.

 E come quei che con lena affannata,
 uscito fuor del pelago a la riva,
 si volge a l'acqua perigliosa e guata,

 così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
 si volse a retro a rimirar lo passo
 che non lasciò già mai persona viva.

 Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
 ripresi via per la piaggia diserta,
 sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.

 Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
 una lonza leggera e presta molto,
 che di pel macolato era coverta;

 e non mi si partia dinanzi al volto,
 anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
 ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.

 Temp' era dal principio del mattino,
 e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
 ch'eran con lui quando l'amor divino

 mosse di prima quelle cose belle;
 sì ch'a bene sperar m'era cagione
 di quella fiera a la gaetta pelle

 l'ora del tempo e la dolce stagione;
 ma non sì che paura non mi desse
 la vista che m'apparve d'un leone.

 Questi parea che contra me venisse
 con la test' alta e con rabbiosa fame,
 sì che parea che l'aere ne tremesse.

 Ed una lupa, che di tutte brame
 sembiava carca ne la sua magrezza,
 e molte genti fé già viver grame,

 questa mi porse tanto di gravezza
 con la paura ch'uscia di sua vista,
 ch'io perdei la speranza de l'altezza.

 E qual è quei che volontieri acquista,
 e giugne 'l tempo che perder lo face,
 che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;

 tal mi fece la bestia sanza pace,
 che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
 mi ripigneva là dove 'l sol tace.

 Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
 dinanzi a li occhi mi si fu offerto
 chi per lungo silenzio parea fioco.

 Quando vidi costui nel gran diserto,
 «Miserere di me», gridai a lui,
 «qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

 Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
 e li parenti miei furon lombardi,
 mantoani per patrïa ambedui.

 Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
 e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
 nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

 Poeta fui, e cantai di quel giusto
 figliuol d'Anchise che venne di Troia,
 poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.

 Ma tu perché ritorni a tanta noia?
 perché non sali il dilettoso monte
 ch'è principio e cagion di tutta gioia?».

 «Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
 che spandi di parlar sì largo fiume?»,
 rispuos' io lui con vergognosa fronte.

 «O de li altri poeti onore e lume,
 vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
 che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

 Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
 tu se' solo colui da cu' io tolsi
 lo bello stilo che m'ha fatto onore.

 Vedi la bestia per cu' io mi volsi;
 aiutami da lei, famoso saggio,
 ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».

 «A te convien tenere altro vïaggio»,
 rispuose, poi che lagrimar mi vide,
 «se vuo' campar d'esto loco selvaggio;

 ché questa bestia, per la qual tu gride,
 non lascia altrui passar per la sua via,
 ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;

 e ha natura sì malvagia e ria,
 che mai non empie la bramosa voglia,
 e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

 Molti son li animali a cui s'ammoglia,
 e più saranno ancora, infin che 'l veltro
 verrà, che la farà morir con doglia.

 Questi non ciberà terra né peltro,
 ma sapïenza, amore e virtute,
 e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

 Di quella umile Italia fia salute
 per cui morì la vergine Cammilla,
 Eurialo e Turno e Niso di ferute.

 Questi la caccerà per ogne villa,
 fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
 là onde 'nvidia prima dipartilla.

 Ond' io per lo tuo me' penso e discerno
 che tu mi segui, e io sarò tua guida,
 e trarrotti di qui per loco etterno;

 ove udirai le disperate strida,
 vedrai li antichi spiriti dolenti,
 ch'a la seconda morte ciascun grida;

 e vederai color che son contenti
 nel foco, perché speran di venire
 quando che sia a le beate genti.

 A le quai poi se tu vorrai salire,
 anima fia a ciò più di me degna:
 con lei ti lascerò nel mio partire;

 ché quello imperador che là sù regna,
 perch' i' fu' ribellante a la sua legge,
 non vuol che 'n sua città per me si vegna.

 In tutte parti impera e quivi regge;
 quivi è la sua città e l'alto seggio:
 oh felice colui cu' ivi elegge!».

 E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
 per quello Dio che tu non conoscesti,
 acciò ch'io fugga questo male e peggio,

 che tu mi meni là dov' or dicesti,
 sì ch'io veggia la porta di san Pietro
 e color cui tu fai cotanto mesti».

 Allor si mosse, e io li tenni dietro.

 Inferno • Canto II

 Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
 toglieva li animai che sono in terra
 da le fatiche loro; e io sol uno

 m'apparecchiava a sostener la guerra
 sì del cammino e sì de la pietate,
 che ritrarrà la mente che non erra.

 O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
 o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
 qui si parrà la tua nobilitate.

 Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
 guarda la mia virtù s'ell' è possente,
 prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.

 Tu dici che di Silvïo il parente,
 corruttibile ancora, ad immortale
 secolo andò, e fu sensibilmente.

 Però, se l'avversario d'ogne male
 cortese i fu, pensando l'alto effetto
 ch'uscir dovea di lui, e 'l chi e 'l quale

 non pare indegno ad omo d'intelletto;
 ch'e' fu de l'alma Roma e di suo 

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